Disturbi della memoria - un sintomo e molte cause


memoria

a cura del Dr. Reinhard Prior - Specialista e Docente di Neurologia

Studio di Neurologia Roma
Studio di Neurologia Bari

Un sintomo e molte cause. Infatti, uno dei sintomi più frequenti per il quale le persone richiedono una visita neurologica consiste nelle difficoltà della memoria, che possono o non possono interferire con le attività quotidiane, o almeno sono percepite come fastidiose o preoccupanti. Spesso inducono il timore che si potrebbe trattare dei primi sintomi di una demenza come la demenza di Alzheimer o di un'altra patologia neurologica. Ho riassunto qui una breve descrizione delle più frequenti cause dei disturbi di memoria che vanno anche differenziati dai semplici disturbi di scarsa concentrazione, che si verificano ad es. con affaticamento, mancanza di sonno, cefalea frequente o nelle sindromi depressive.
Considerando tutte le età, i disturbi di memoria sono spesso legati a stati depressivi in quanto la capacità di mettere a fuoco, di concentrarsi, ma anche la velocità di ragionamento in generale possono essere fortemente ridotte durante un episodio depressivo – in casi estremi si arriva a una cosiddetta pseudodemenza, che anche per esperti a prima vista può essere di non facile distinzione da una demenza vera. I disturbi della memoria causati da stati depressivi spariscono completamente con il ritorno ad uno stato umorale normale.

Una seconda frequente causa sono alcune
terapie farmacologiche, tra cui soprattutto quelle a base di ansiolitici benzodiazepinici come EN, Tavor, Lexotan, Valium o Tranquirit. Anche altri psicofarmaci – tra cui neurolettici, sedativi o sonniferi di varia natura come Stilnox, Zolpidem o Imovane – possono incidere negativamente sulle capacità di memoria. Spesso queste terapie non hanno neanche un’indicazione concreta ma sono trascinate nel tempo anche per dipendenza e assuefazione e la loro graduale sospensione riporterà la memoria a uno stato normale.

C’è poi uno stato di memoria che è stato riconosciuto e ben definito solo negli ultimi 15 anni, caratterizzato da dimenticanza continuata con notevole sofferenza per chi è affetto ma senza reale impedimento nelle attività quotidiane della vita (il soggetto è in grado di lavorare e svolgere le normali attività a casa o nel tempo libero). Viene chiamato “
Decadimento cognitivo lieve” oppure in inglese “Mild cognitive impairment” ed è una situazione di rischio per un eventuale futuro sviluppo di una demenza Alzheimer o di altro tipo. Circa metà delle persone affette da decadimento cognitivo lieve sviluppano in seguito una demenza. Nonostante centinaia di studi e sperimentazioni cliniche, fino ad oggi non sono state individuate terapie farmacologiche per diminuire il rischio o rallentare la conversione verso la demenza. Per prevenirla, si raccomanda comunque un sano stile di vita, l’evitamento di fattori che possono ulteriormente danneggiare la funzionalità cerebrale come fumo, glicemia o colesterolo alti, ipertensione non controllata, obesità e soprattutto scarso movimento. Sembra infatti che regolare movimento ed esercizio fisico aerobico, con affanno, abbia un effetto protettivo mentre l’esercizio fisico ha un effetto positivo in generale sulle capacità di memoria perfino in persone giovani o di media età.

Il rischio di una
demenza aumenta linearmente con gli anni e le demenze si distinguono da una lenta perdita globale delle capacità cognitive come la memoria, il linguaggio articolato, il giudizio, la capacità decisionale, la capacità di svolgere compiti complessi o più compiti insieme e l’orientamento in luoghi non familiari o nel tempo. Al primo posto delle cause di una demenza sono la malattia di Alzheimer e la demenza vascolare, dovuta alla presenza di un diffuso disturbo del microcircolo vascolare o per un progressivo accumulo di ischemie cerebrali. Demenza Alzheimer e demenza vascolare non raramente si trovano in associazione. Meno frequenti sono le demenze fronto-temporali, spesso con iniziali disturbi comportamentali o un cambiamento del carattere, e la demenza a corpi di Lewy distinta da una combinazione di disturbo cognitivo e sintomatologia parkinsoniana con rigidità muscolare, rallentamento globale del movimento e spesso anche allucinazioni visive.

Fino ad oggi la neurologia non dispone purtroppo di farmaci efficaci per tornare indietro una volta che si siano manifestati deficit cognitivi importanti, e sono di effetto piuttosto modesto i farmaci come Aricept, Memac, Lizidra, Exelon (con i principi attivi di Donepezil e Rivastigmina). Ci sono comunque speranze di poter rallentare la patologia degenerativa che spesso inizia molti anni prima della manifestazione di deficit e sono in corso molti trial clinici con farmaci di varia natura su persone a rischio ma ancora in salute.
 
Finora queste terapie sono purtroppo un'utopia, e grandi industrie farmaceutiche come la Pfizer hanno recentemente deciso di abbandonare completamente lo sviluppo di terapie contro la demenza in quanto frustrate da troppi insuccessi in passato. Le speranze maggiori di oggi sono terapie che frenano la produzione di beta-amiloide (ad es. Elenbecestat o E2609 della Esai), una proteina che nella malattia di Alzheimer si deposita nella corteccia cerebrale danneggiando la rete neuronale e le sinapsi. Ci sono anche terapie per promuovere la rimozione di beta-amiloide basate su anticorpi che trasportano la proteina dannosa al di fuori del tessuto nervoso (anticorpi come il Gantenerumab della Roche o l’Aducanumab della Biogen farebbero record di fatturato senza precedenti se dovessero dimostrarsi efficaci nel rallentare il declino cognitivo o l’inizio dei sintomi della malattia di Alzheimer). Potremmo essere vicini, ma sembravamo vicini varie volte nell’ultimo decennio. Molto deludente ad es. il fallimento dell’anticorpo Solanezumab della Lilly o gli approcci di vaccino attivo abbandonati perché hanno causato gravi reazioni infiammatorie del tessuto nervoso. La ricerca clinica continua comunque, anche con vaccini modificati che si spera saranno meno pericolosi. Elenbecestat e Aducanumab sono attualmente sperimentati in fase 3 in una serie di centri anche in Italia - con attenzione di includere persone con sintomatologia solo leggera e accertati depositi di beta-amiloide cerebrale tramite PET. Persone interessate a partecipare alla ricerca e di ricevere perciò una potenziale terapia d'avanguardia possono rivolgersi direttamente ai centri ad es. a Milano, Brescia, Pisa e Roma e altre città (per riferimenti precisi contattatemi per favore tramite
email).

Chi è affetto da demenza, soprattutto se si tratta di uno stato iniziale o moderato, può comunque beneficiare dell’eliminazione di fattori che compromettono ulteriormente le capacità cognitive come ansiolitici o farmaci sedativi, spesso prescritti senza particolare criterio e senza considerazione di una già presente fragilità cognitiva. Anche qui sono molto raccomandati regolare attività fisica e un sano stile di vita, oltre al controllo di eventuali fattori di rischio vascolare. Di scarsa efficacia sembrano invece tutti gli approcci delle cosiddette riabilitazioni cognitive con esercizi mentali di varia natura, che spesso più che altro sono vissuti come stressanti da parte di chi già si trova in difficoltà. Per lo stesso motivo è molto importante anche un atteggiamento possibilmente naturale e sereno da parte dei familiari, in quanto rimproveri o richiami continui non fanno altro che mettere a disagio e in imbarazzo chi si trova già in difficoltà. Poiché i deficit cognitivi spesso si accompagnano a loro volta a reazioni depressive, un approccio farmacologico con dosaggi moderati di antidepressivi moderni (ad es. sertralina, escitalopram) può contribuire a migliorare la qualità della vita e perfino la capacità cognitiva e di memoria, se di successo.

Una visita neurologica per disturbi di memoria dovrebbe muoversi su tre versanti, che sono :

  • La verifica della reale (e non solo percepita) presenza di un disturbo di memoria con adatte domande esplorative ed eventualmente alcuni test psicometrici (ad es. Mini Mental oppure Moca-Test), che possono essere completati in pochi minuti e danno una prima idea anche sul grado (lieve, moderato o severo) di un eventuale disturbo. Se i test risultano invece piuttosto normali, ci si indirizza verso la diagnosi e terapia di cause non organiche come ad es. stati di affaticamento o depressivi che possono essere direttamente affrontati dal punto di vista terapeutico.

  • Un controllo dello stato neurologico generale per accertare eventuali altri sintomi o deficit neurologici che potrebbero indirizzare verso una specifica diagnosi (nella malattia di Alzheimer lo stato neurologico in genere è normale, mentre ad es. le demenze vascolari spesso si accompagnano a disturbi dell’equilibrio nella deambulazione).

  • Prescrizione di esami diagnostici adatti, nella maggior parte dei casi di una risonanza magnetica (la TAC oggi non può essere considerata sufficiente) – in genere senza mezzo di contrasto per accertare eventuale degenerazione (atrofia) della corteccia cerebrale o la presenza di microlesioni vascolari o pregresse ischemie e anche per escludere altre cause meno frequenti di un disturbo della memoria come la sclerosi multipla, tumori cerebrali, un idrocefalo normoteso o altro. Può essere utile un Doppler TSA nel sospetto di una demenza vascolare e dovrebbero essere eseguiti esami del sangue sia di routine sia rivolti verso disturbi che possono causare difficoltà di memoria, come ad es. una ipofunzione della tiroide oppure un deficit di vitamina B12 e che sono soprattutto curabili con miglioramento dello stato cognitivo.

Una volta completati gli esami si fa il punto della situazione, si individuano le possibili terapie e si mette a punto una strategia di neuroprotezione, se necessaria. Per fare tutto ciò sono oggi nel mio giudizio meno importanti le cosiddette “Unità di Valutazione Alzheimer” che furono introdotte anni fa più che altro per regolamentare la prescrizione di farmaci come Aricept, Memac o Exelon, allora molto costosi ma attualmente disponibili sotto forma generica (Donepezil, Rivastigmina, Lizidra) a costo ragionevole e prescrivibili su ricetta bianca o rossa senza la necessità di un piano terapeutico da una struttura pubblica. A parte che servono a poco. Importante, come sempre, prevenire quando possibile il prima possibile.

a cura del Dr. Reinhard Prior - Specialista e Docente di Neurologia

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